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<<SUINO NERO LUCANO A RISCHIO ESTINZIONE >>

Genualdo (Cnr): finora abbiamo fatto <<volontariato>>, per lo screening di massa servono fondi

Il suino nero lucano, una delle più antiche specie della biodiversità animale d‘Italia, rischia l‘estinzione. Gli scienziati del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) hanno individuato un’anomalia genetica che causa problemi di fertilità e un’alta mortalità degli embrioni. Per salvarli spiegano servirebbe uno screening di massa, ma non ci sono i fondi e loro hanno già fatto il possibile. Anzi, a dirla tutta, in un’epoca in cui ogni cosa pare girare attorno al <<soldo>> i ricercatori hanno fatto l’impensabile: hanno lavorato gratis sui campioni che un veterinario lucano (Domenico Mecca intervistato in questa pagina; ndr) s’è preso la briga, a costo zero, di prelevare e spedire fino a Napoli, dove ha sede il Gruppo di citogenetica e genomica dell’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo — Ispaam del Cnr.

IL SUINO CON LA CRINIERA

A raccontare i contorni di questa storia di impegno civile è Angelo Marella, caposervizio all‘Associazione regionale allevatori (Ara) della Basilicata. È lui a fornire alla «Gazzetta» un opuscolo dell’Ara dedicato al suino nero lucano che ne ben spiega le caratteristiche: robustissimo e rustico, la femmina adulta (la scrofa) pesa circa 130 chilogrammi, il maschio (il verro) raggiunge i 150 chilogrammi. Ha un colore nerastro uniforme, muso allungato e arti lunghi che gli permettono di razzolare in vaste aree. Ha zoccoli duri, che gli consentono di cavarsela su ogni tipo di terreno e adora cardi, carrube, erba medica, ghiande, bulbi. Spesso ha il pelo impiastricciato di argille che «svolgono un’azione depurante, battericida» e, se si spaventa, lungo il dorso si alza una criniera. La monografia, inoltre, ripercorre le tappe compiute finora per tentare di strappare la razza da morte certa. Vi si legge che già 20 anni fa, l’estinzione fu evitata per un pelo grazie all‘intervento di enti ed istituzioni (Associazione allevatori, Alsia, Università di Basilicata, Comunità montana del Medio Basento). Nel 2001 furono <<affidati nuclei di 5 femmine e un maschio ad allevatori-custodi, che hanno avuto il compito di farli riprodurre». Si è avuta la «caratterizzazione del tipo autoctono locale>> e, da quei 6 soggetti si è passati alle circa <<300 femmine destinate alla riproduzione, distribuite in 13 allevamenti>>. Purtroppo, nonostante gli sforzi, ora questa bestiola o Tipo genetico autoctono antico (Tgaa), per dirla in termini scientifici, rischia l‘estinzione per una subdola tara genetica.

L’ANOMALIA– Lo studio condotto all’ISPAAM-CNR di Napoli, che ha consentito di individuare nei suini neri lucani l’anomalia cromosomica (la traslocazione reciproca), è stato appena pubblicato sulla rivista scientifica Reproduction in Domestic Animals. È firmato dal Gruppo di citogenetica e genomica animale e vi hanno preso parte Angela Perucatti, Viviana Genualdo, Cristina Rossetti e Domenico Incarnato del Cnr-Ispaam, con la collaborazione di Alfredo Pauciullo dell’Università di Torino e Petra Musilova del Veterinary Research Institute di Brno (Repubblica Ceca), oltreché del citato veterinario lucano Mecca. <<In questo frangente – spiega la dottoressa Genualdo è importante salvare i Tgaa, tipi genetici autoctoni antichi. Sono delle razze indigene dell’Italia. Si immagini che al registro anagrafico ci sono solo 6 razze e che, nel XX secolo, erano 20. Dal dopoguerra le abbiamo perse quasi tutte>>. Perché? <<Perché le richieste sul mercato di un prodotto sono massive. Il problema è la cattiva informazione del consumatore. Oggi vogliamo avere tutto e sempre e in quantità industriali. C’è stata, quindi, una erosione genetica e abbiamo perduto razze caratteristiche del nostro territorio. E questa perdita è rilevante e va contrastata perché queste razze sono nella massima definizione di rusticità, cioè hanno stretto legame intimo col territorio da cui originano. Riescono a resistere a determinate patologie e c’è una tradizione socio-culturale legata non solo all’animale ma anche ai prodotti che ne derivano. In più, razze come quella lucana vivono allo stato brado o semi brado, cioè vuol dire sostenere un allevamento ecosostenibile. Gli animali frugano nel sottobosco e riescono a convertire materiale povero in prodotti di qualità eccellente. Le carni hanno un basso contenuto in colesterolo e una percentuale di grassi monoinsaturi più bassa rispetto a quelli polinsaturi. L‘alimentazione agisce anche sul sistema immunitario e, con quello che stiamo vivendo, con la pandemia, è molto importante. Si consideri, poi, che le pandemie bloccano i mercati e l‘Italia, che importa tantissimo nonostante abbia materia prima di eccellenza, potrebbe trovare difficoltà nell’approvvigionamento di determinate derrate alimentari>>. <<Noi, spiega Genualdo, ci occupiamo di citogenetica (cioè una branca che studia la morfologia dei cromosomi) e anche di genomica animale (tutto ciò che riguarda lo studio del genoma). Riusciamo nel settore animale ad individuare alcune alterazioni cromosomiche. Alcune possono essere compatibili con la vita e sfuggire anche a occhio nudo. Dall’aspetto l’animale sembra sano e ciò vuol dire che un allevatore potrebbe scegliere un verro o una scrofa come riproduttore ma, essendo portatore di una anomalia, implicherebbe che essa verrebbe trasmessa alla progenie, con riduzione della fertilità. Il cariotipo ci permette di svelare le alterazioni cromosomiche e individuare gli animali portori per escluderli dalla riproduzione. E noi l’abbiamo riscontrato in ben 4 soggetti di un allevamento lucano>>. <<Questa ricerca – conclude – non sarebbe stata condotta se non grazie alla volontà del veterinario Mecca e a noi che, in modo gratuito e per puro spirito di ricerca, abbiamo investigato su questi soggetti. Noi combattiamo delle crociate perché, a livello economico, per la ricerca non è facile reperire sovvenzioni ma dobbiamo testare tutti i capi per eliminare gli eventuali portatori. È l‘unico modo. Guardi, vengo da più di 10 anni di precariato e so cosa vuol dire fare ricerca. C’è bisogno di supporto. Noi usiamo microscopi a fluorescenza che hanno un costo. Il nostro Istituto ha dei costi. Quindi noi siamo riusciti, in questo caso per nostra forza di volontà, ma per sostenere un progetto di questo tipo c’è bisogno di supporto>>.

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno del 2 Gennaio 2021